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Autore Discussione: Chi eravamo?Chi siamo?Cosa siamo diventati?  (Letto 15807 volte)
ninconanco59
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« inserita:: Settembre 27, 2008, 01:24:46 pm »



1. La situazione politica italiana preunitaria

Il concetto di Stato e quello di Nazione vanno distinti e, per farlo, trascriviamo le definizioni del Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli (ed. 2000): "Stato" è "persona giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio". "Nazione" è "il complesso di individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi, aspirazioni, specie quando hanno coscienza di questo patrimonio comune"; da questo ne deriva che possa esserci uno stato costituito da più nazioni, come possa anche esistere una nazione senza stato (come esempi dei giorni nostri possiamo pensare nel primo caso alla Gran Bretagna, nel secondo ai Curdi). Per quanto riguarda l'Italia, bisogna risalire ai tempi dell'imperatore romano d'oriente Giustiniano, per trovare uno Stato unitario; dopo l'invasione dei Longobardi del 568 si ruppe l'unità politica e ci furono 1300 anni di divisioni che generarono nazioni diverse, almeno nel comune sentire del popolo, ognuna delle quali ebbe storia, cultura, usi e costumi propri; questo processo si esaltò nel Mezzogiorno perché esso "rimase in parte estraneo alla penetrazione longobarda sia per le persistenze bizantine sia per la costituzione subito dopo l'anno Mille, grazie ai Normanni, del primo stato unitario dell'Italia postromana (...) una nazione napoletana, ossia meridionale, comprendente tutte le genti dal fiume Tronto allo stretto di Messina" (1).

A causa di questo processo storico plurisecolare, a metà del 1800 l'idea di un unico Stato Italiano come Patria comune era assente in Italia, tanto che, per esempio, la popolazione delle Due Sicilie chiamava "forestieri" gli altri abitanti d'Italia, ed i Piemontesi, quando si spostavano dal loro stato, affermavano che andavano "in Italia"; in altre parole il popolo considerava "patria" il proprio stato italiano d'appartenenza (alla fine del Settecento erano 12, ridotti a 9 dal Congresso di Vienna del 1815 e subito dopo a 7: regno di Sardegna, regno Lombardo Veneto; ducati di Parma e Modena; granducato di Toscana, Stato della Chiesa e regno delle Due Sicilie). Non esisteva una lingua comune, gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, tra il 2.5% (2) ed il 9.5% (3), di questi, i Toscani erano la massima parte. Tutti si esprimevano nel proprio dialetto. In Piemonte si parlava, si scriveva e si pensava in francese; i figli dei ricchi studiavano in Francia e, una volta adulti, leggevano giornali francesi. Lo stesso Statuto Albertino fu scritto prima in francese e poi tradotto in italiano (4). L'analisi compiuta su 40 frequenze geniche del DNA (5) mostra come ancora oggi il nostro paese sia un mosaico di gruppi, differenziati dal punto di vista genetico e linguistico: nei vari dialetti della Penisola si ritrovano "relitti" delle lingue preromaniche. Già in epoca romana, le città d'Italia godevano di ampi diritti municipali, successivamente difesi contro le pretese di re, papi ed imperatori: tale spirito municipale è sopravvissuto fino ai nostri giorni, quale logica e orgogliosa conseguenza della storia.

Né esisteva, ai tempi dell'unità d'Italia, un'economia integrata tanto che solo il 20% dei commerci degli stati preunitari erano diretti verso le altre regioni della penisola. Le esportazioni delle Due Sicilie (minerali, prodotti agricoli e manifatturieri) andavano per 85% del totale verso Inghilterra Francia e Austria (6), paesi che erano in grado di acquistarli; nei confronti del regno di Sardegna il Sud aveva un saldo molto attivo (7). La Penisola era insomma come un condominio, si viveva sotto uno stesso tetto (le Alpi) ma ci si ignorava e spesso si litigava; ben diversa la realtà degli altri stati europei che da tempo avevano raggiunto la loro unità politica statale che spesso coincideva con quella nazionale.

Note al capitolo 1:

1. G. Fergola, L'Italia invertebrata, Controcorrente editore, 1998 torna al testo

2. T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza,1976 torna al testo

3. A. Castellani, Quanti erano gl'italofoni nel 1861?, in "Studi Linguistici Italiani", 1982 torna al testo

4. N. Zitara, L'unità truffaldina, pubblicata su "Fora", rivista telematica: http//www.duesicilie.org modif. torna al testo

5 " Le Scienze ", 278, 1991, pp.62-69 . torna al testo

6. A. Graziani, Il commercio estero del Regno delle Due Sicilie dal 1832 al 1858, Ilte , Roma , 1965 citato da A. Banti in "La nazione del Risorgimento" , Einaudi, 2000, pag.21. torna al testo

7. T.Pedio, op.cit. pag.82 (per le province continentali del Regno, periodo 1838-1855: importazioni 19.441 ducati; esportazioni 33.541 ducati) . torna al testo

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2. I progetti unitari e la loro caratteristica elitaria

Nella prima metà dell'800, a livello di ristrette e colte élite italiane ed in stridente contrasto col "comune sentire" del popolo, era presente e forte la convinzione dell'esistenza di un'unica Nazione Italiana che si faceva ascendere da alcuni all'impero romano, da altri al Medioevo; ad essa si facevano risalire i fasti del Rinascimento con il suo primato culturale indiscusso (che coincideva, con apparente paradosso, col punto più basso della rilevanza politica dell'Italia nel contesto europeo). Giovani universitari, avvocati, medici, giornalisti, scrittori, avevano formato il loro pensiero sulle opere di Foscolo, Berchet, Giusti, Giannone, Manzoni, Poerio, Pellico, Cuoco, D'Azeglio, Balbo, Botta e Gioberti (solo per citarne alcuni) e credettero fosse arrivato il momento di battersi per dare a questa Nazione uno Stato unitario. Erano una piccolissima minoranza anche perché solo pochissimi italiani sapevano leggere e scrivere (al momento dell'unità il loro numero superava a malapena il 20%). Questa aspirazione ad un'unione statale della Penisola divenne il loro ideale, ma si trovarono in conflitto sul come realizzarla. Nacquero quattro progetti politici, molto diversi e in palese contraddizione tra loro: quello repubblicano-centralistico di Mazzini, quello repubblicano-federale di Cattaneo (1), quello monarchico-federale a guida papale di Gioberti e quello monarchico-centralistico guidato dai Savoia che, per forza propria e degli accadimenti storici succedutisi nel tempo, prevalse alla fine sugli altri.

Scrive a questo proposito Alberto Banti (2) : "Le fratture che correvano all'interno del movimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, in posizione politica (e spesso anche personale) del tutto marginale".

"D'altra parte, l'ingombrante presenza austriaca della penisola (...) poneva due ordini di problemi. Innanzi tutto, creava uno squilibrio permanente nei rapporti tra Stati italiani, dato che nessuno di essi aveva il peso ed il prestigio militare sufficienti a bilanciare l'influenza asburgica. In secondo luogo, catalizzava il problema italiano intorno alla parola d'ordine della cacciata dello straniero, ricca di suggestioni emotive (...) tali da far passare in secondo piano, come minimalista e inadeguato, qualunque programma volto a ottenere riforme costituzionali o amministrative nell'ambito degli ordinamenti esistenti (...) questa peculiarità' italiana fece sì che la dimensione cospirativa di stampo settario (Mazzini) (...). avesse un peso rilevante"(3) anche perché i programmi federalisti del Gioberti e di Cattaneo, pur rispettosi delle realtà secolari degli stati italiani, sostanzialmente fallivano nella soluzione del "problema Austria" .

La corrente repubblicana centralista del Mazzini si ridusse sempre più a perseguire solo il problema dell'unità nazionale e della cacciata dello straniero senza elaborare progetti atti a risolvere le esigenze pratiche del popolo italiano: così la questione contadina, la depressione economica, l'analfabetismo; il divario tra le classi sociali, rimasero in secondo piano.

Tutti questi progetti unitari "raccoglievano ostilità e soprattutto indifferenza nel popolo italiano" (4) nella prima metà dell'Ottocento, infatti, l'idea di un'Italia unita e indipendente non si era formata, com'era del tutto assente una coscienza nazionale; né sono da contrapporre a queste asserzioni le "spontanee insurrezioni popolari unitarie" che si manifestarono nei vari stati italiani: esse erano notoriamente organizzate da agenti sabaudi. Né tanto meno i risultati dei "plebisciti" che nessuna mente intellettualmente onesta può definire, guardando alle modalità del loro svolgimento, libera espressione di volontà popolare.

Note al capitolo 2:

1. affermava che "gli italiani senza federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici", riportato da Alessandro Vitale nel Supplemento al n.10 di "Liberal", febbraio 2002 torna al testo. L'affermazione è da valutarsi con riferimento alla situazione italiana del 1840 (Penisola divisa in 7 stati). Torna al testo

2. La nazione del Risorgimento", Einaudi, 2000. Torna al testo
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« Risposta #1 inserita:: Settembre 28, 2008, 03:41:26 pm »

Industria metalmeccanica e siderurgica

Nei pressi di Napoli, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d'Italia, estesa su una superficie di oltre tre ettari. Tra l'altro, era l'unica fabbrica italiana in grado di costruire motrici a vapore per uso navale (Fico. A Pietrarsa fu istituita anche la "Scuola degli Alunni Macchinisti" che permise alle Due Sicilie, unico Stato della Penisola, ad affrancarsi dalla necessità di disporre di macchinisti navali inglesi. A Pietrarsa venivano costruiti cannoni ed altri armamenti; venivano realizzati prodotti meccanici per uso civile, vagoni, locomotive ed i binari ferroviari (di cui in Italia solo Pietrarsa disponeva della tecnologia costruttiva). Lo stabilimento, inaugurato nel 1840, precedeva di 44 anni la costruzione della Breda e di 57 quella della Fiat. Era uno stabilimento rinomato in tutta Europa e lo Zar Nicola I, dopo averlo visitato, lo prese come esempio per la costruzione del complesso di Kronstadt. Accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy, entrambe con 600 addetti. Quest'ultima fornì, tra l'altro, il supporto delle 350 lampade per l'illuminazione a gas di Napoli (che fu la terza città europea ad averla, dopo Londra e Parigi).Viceversa al Nord, alla vigilia dell'unità, solo l'Ansaldo di Genova era a livello di grande industria (aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa). Nel 1861, al momento dell'unità, vi erano tre fabbriche in Italia in grado di produrre locomotive: Pietrarsa e Guppy nelle Due Sicilie ed Ansaldo a Genova: l'efficienza e la concorrenzialità delle aziende del Sud è comprovata dal fatto che prima dell'unità esportassero in Toscana e anche in Piemonte (nel 1846 nelle Officine di Pietrarsa furono realizzate sette locomotive per il Regno di Sardegna: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope) (9).

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La ferriera di Mongiana sorgeva nei dintorni di Serra San Bruno, nel cuore dell'aspra montagna calabra ricca di minerale di ferro, ed occupava un'area di più di un ettaro. Poco distante, fu più tardi costruita Ferdinandea: oggi Mongiana è un borgo di pochi abitanti e Ferdinandea è spopolata, ma nel trentennio che precedette la fine del Regno il fermento era vivissimo. Nel marzo del 1861, quando fu proclamato il Regno d'Italia, gli addetti allo stabilimento di Mongiana erano 762 e si produceva ghisa e ferro malleabile d'ottima qualità che servì per la realizzazione delle catene, da circa 150 tonnellate, dei due magnifici ponti sul Garigliano e sul Calore (realizzati rispettivamente nel 1832 e nel 1835). Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore d'Italia di ghisa e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica: produsse a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (circa 1.150 tonnellate). Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud ma è "impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all'intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie" (10).

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Flotta Mercantile e Cantieristica Navale

Le Due Sicilie disponevano di una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo: ne facevano parte oltre 9800 bastimenti ed un centinaio di questi (incluse le militari) erano a vapore (11); fu la prima flotta italiana a collegare l'Italia con l'America ed il Pacifico. Con circa quaranta cantieri di una certa rilevanza, era nettamente in testa rispetto al resto d'Italia. Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel 1818 e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli. l'Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. All'epoca fu tanto grande la meraviglia per quella nave, che fu riprodotta dai pittori in numerosi quadri, ora sparsi per il mondo, come ad esempio quello della Collezione MacPherson e l'altro della Camera di Commercio di Marsiglia. Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il più grande del Mediterraneo. Al momento della conquista piemontese stava attrezzandosi per la costruzione di scafi in ferro. L'arsenale-cantiere di Napoli, con 1.600 operai, era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri.

Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836), che svolgeva un servizio regolare e periodico compreso il trasporto della corrispondenza; navi come il "Real Ferdinando" che potevano trasportare duecento passeggeri da Palermo a Napoli; la prima convenzione postale marittima d'Italia; la stesura del primo codice marittimo italiano del 1781 (ad opera di Michele De Jorio di Procida, che fu copiato da Domenico Azuni il quale se ne assunse la paternità), frutto di una tradizione che risaliva ai tempi delle Tavole della Repubblica Marinara di Amalfi e delle legislazioni meridionali successive. Le principali scuole nautiche erano a Catania, Cefalù, Messina, Palermo, Riposto (CT), Trapani, Bari, Castellammare, Gaeta, Napoli, Procida, Reggio (12). Fu riattivato il porto di Brindisi (1775) che era chiuso da secoli. Nel 1831 entrò in servizio la nave "Francesco I" che copriva la linea Palermo, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia. La stessa nave anche effettuò la prima crociera turistica del mondo, nel 1833, in anticipo di più di 50 anni su quelle che seguirono: durò tre mesi con partenza da Napoli, arrivo a Costantinopoli (dove destò l'ammirazione del sultano) e ritorno con diversi scali intermedi. La crociera fu così splendida per comodità e lusso che fece dire " Non si fa meglio oggi" e " Il Francesco I è il più grande e il più bello di quanti piroscafi siansi veduti fin d’ora nel Mediterraneo, gli altri sono inferiori, i pacchetti francesi "Enrico IV" e " Sully" hanno le macchine di forza di 80 cavalli (mentre la macchina del Francesco I è di 120) (...) i due pacchetti genovesi si valutano poco, il "Maria Luisa" (del Regno di Sardegna) è piccolo, la sua macchina non oltrepassa la forza di 25 cavalli, e quantunque una volta siasi fatto vedere nei porti del Mediterraneo, adesso è destinato per la sola navigazione del Po." (13). Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia la propulsione a elica con la nave "Giglio delle Onde". Erano operativi regolari servizi passeggeri che collegavano i principali porti delle Due Sicilie: isole come Ponza, Ustica, Lampedusa, Linosa furono ripopolate affrancando la popolazione residente dall'incubo delle incursioni dei pirati barbareschi.
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« Risposta #2 inserita:: Settembre 28, 2008, 04:36:37 pm »

Il ruolo dei parlamentari meridionali a Torino

I deputati meridionali che giunsero a Torino, nel febbraio 1861, per l’inaugurazione del nuovo parlamento erano tutti accesi filopiemontesi e avevano avuto una parte molto rilevante nel favorire la conquista savoiarda prima screditando il governo meridionale e poi collaborando con l’invasione. La maggior parte, pur di rimanere nel gruppo di potere, chiuse tutti e due gli occhi di fronte all’annientamento economico e civile del Sud con un atteggiamento che è perdurato fino ai giorni nostri. Ma alcuni di loro fecero eccezione, presentando coraggiose interpellanze per difendere gli interessi del meridione: ne selezioniamo alcune divise per argomento (37):

1) riguardo lo stato delle finanze il deputato pugliese Valenti così dichiarava nella seduta del 3 aprile 1861 (atto nr.52): "Sotto i Borboni pagavamo gli stessi e forse minori pesi che paghiamo adesso. I Borboni mantenevano un’armata di 120 mila uomini (…) ponevano fondi in tutti i banchi all’estero, dotavano largamente la figliolanza e tuttavia il tesoro era fiorente" e il 4 dicembre il deputato Ricciardi così si esprimeva (atto nr.340): "Come mai questo paese le cui finanze erano così floride, la cui rendita pubblica era salita al 118 è in così misera condizione? "

2) riguardo la sicurezza personale il deputato siciliano Bruno così dichiarava nella seduta del 4 aprile 1861 (atto nr.53): "La Sicilia sotto i Borboni offrì per molti anni l’edificante spettacolo che furti non ne succedevano assolutamente e si poteva passeggiare per tutte le strade, ed a tutte le ore senza la menoma paura di essere aggrediti né derubati".

3) riguardo la proposta di legge abolitiva dei vincoli feudali in Lombardia il deputato Zanardelli così dichiarava il 7 maggio (atto nr.113): "La legge napoletana su tal proposito fu fatta nel 1806, in un tempo non di rivoluzione ma di restaurazione, in un tempo in cui i feudi venivano restaurati in Lombardia (…) e questa legge nella patria di Vico, di Mario Pagano e di Filangeri fu chiamata, anche dal Colletta, argomento al mondo di napoletana civiltà".

4) riguardo la connivenza con i Piemontesi dell’alta ufficialità borbonica prima dell’invasione il deputato Ricciardi così ebbe a dichiarare il 20 maggio 1861 (atto nr.140): "Appena reduce dall’esilio giunsi in Napoli (…) io feci la propaganda nelle caserme a rischio di farmi fucilare (…) gli ufficiali rispondevano: noi saremmo pronti ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati che ci fucilerebbero (…) Ma vi pare che senza il lavoro segreto di questi ufficiali, senza il nostro lavoro, avrebbe mai potuto entrare Garibaldi in Napoli, città di mezzo milione di abitanti, con 4 castelli gremiti di truppe? Egli entrò solo in Napoli perché noi liberali, con un buon numero di ufficiali, glie ne aprimmo le porte"

5) riguardo lo strozzamento dell’economia meridionale e la piemontesizzazione: nella seduta del 20 novembre 1861 (atto nr.234) il deputato di Casoria, Proto, duca di Maddaloni, propose il distacco dell’ex Regno di Napoli dal Regno d’Italia e accusò apertamente il governo piemontese di avere invaso e depredato il Napoletano e la Sicilia: "Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala". La presidenza della Camera invitò il deputato a ritirare la sua mozione ed egli il giorno successivo per protesta rassegnò le dimissioni. Il 4 dicembre il deputato Ricciardi (atto nr.340) insiste sull’argomento: "Due sono le principali piaghe di quelle provincie (…) la piaga morale è l’offesa profonda recata a sette milioni d’uomini (…) un paese che per otto nove secoli è stato autonomo, ad un tratto ridotto a provincia, un paese che vede distrutte per via di decreti le sue antiche leggi, le sue antiche istituzioni certamente non può essere contento. Aggiungete la invasione d’impiegati non nativi del paese i quali non sono veduti troppo di buon occhio (…) quanto alla piaga materiale la miseria è grandissima (…) e poi, e io ve la dico schietta, da Torino non si governa l’Italia, da Torino non si regge Napoli: questa è la mia convinzione profonda; in questo sta la radice di tutti i nostri mali" Il 20 dicembre il deputato San Donato (atto nr.340): "Tutti gli impiegati che da Torino si sono mandati a Napoli non solo sono stati promossi di soldo, ma si è loro accordata, sul tesoro napoletano, due, tre, sino quattrocento franchi al mese di indennità, mentre ai Napoletani traslocati in Torino nulla si è dato non solo, ma lo sono stati con gradi e soldi inferiori a quelli che lasciavano in Napoli". Nella stessa seduta il deputato Pisanelli: " Non vi è istituzione pubblica, collegi, università, amministrazione, educandati ecc. ecc., a Napoli, che non sieno stati sciolti, unicamente perché non avevano i regolamenti piemontesi. Il ministro della Marina signor Menabrea ha invitato 43 nobili padri di famiglia a ritirare dal collegio di marina i loro ragazzi (che essi vi tenevano da tre o quattro anni messi al tempo dei Borboni), unicamente perché gli è piaciuto dire che questi erano entrati nel 1858 quando a Napoli non vi erano regolamenti piemontesi ". Il 2 febbraio 1867 il conte Ricciardi, eletto a Foggia, e uno dei più tenaci difensori degli interessi del Sud si dimette da deputato, così motivando: "Dopo sei anni di lotta mi persuasi che l’opera mia in Parlamento si riduceva ormai ad un inutile sfogo (…) una opposizione divisa e acefala (…) una maggioranza impotente al bene (…) il governo di nulla di grande e fruttifero mostrasi iniziatore. Continuando io alla Camera mi assumerei una responsabilità tristissima; meglio sarammi tornare all’antico ufficio di scrittore, più umile, ma certo più utile, consolandomi alquanto dè mali di cui sono testimone, di aver fatto ogni sforzo per evitarli ". Più tardi un unitarista convinto come Giustino Fortunato, nella lettera a Pasquale Villari n. 89 del 2 settembre 1899, scrive: "L’unità d’Italia (...) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali". Gli fece eco Gaetano Salvemini (1900): "Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (…) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone". Sempre Fortunato in un’altra lettera del 1923 diretta a Benedetto Croce scriveva (38): "Non disdico il mio "unitarismo". Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa".
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« Risposta #3 inserita:: Ottobre 02, 2008, 07:03:39 pm »

Stimato Ninco Nanco:
 Appena hai messo queste tre lettere, tirate da libbri che possiedi, dei quali ti ho chiesto il nome , dei libbri, degli autori delle editrici ed anno, ho avuto voglia di rispondere a tutto cíó che hai scritto, ma ho aspettato tutti questi giorni per vedere se qualcuno ti rispondeva prima di me, giá che tutti sono piú vicini da te che io, tanto in chilometraggio quanto in idee (che ti difendono ma non osano farlo apertamente)...
 Ma come, in idee ?
Carlito ci fá capire, in una lettera scritta stamattina nella sezione "si intravede qualche speranza per la ADSL" che la Calabria non fá parte dell'Italia...... (o allora é un modo ambiguo di parlare).....
Basta aprire il sito  www.it.wikipedia.org/wiki/italo_re_degli_enotri  e pure l'altra pagina  www.it.wikipedia.org/wiki/Italia  -- ed apri in seguito in ETIMOLOGIA per vedere che il nome Italia é nato in Calabria.....
 Pertanto, amico, resta difficile capire come gli abitanti del Regno delle due Sicilie dicevano andare in Italia quando in viaggio ad altre parti d'Italia se il nome Italia é nato in Calabria... Sicuramente queste erano idee di genti senza nessun studio.
Fai molto bene a scrivere ricordandoci consequenze dell'unitá dello Stivale su parte della popolazione dell'ormai estinto Regno delle due Sicilie affinché queste cose non si ripetano mai piú - parole di Franz Vranitzky sull'olocausto nel sito  www.it.wikipedia.org/wiki/gedenkdienst  .
Sí, estinto , poiché il Risorgimento e la Unificazione anticiparono quello che la storia ha scritto: l'ultimo Ré del Regno delle due Sicilie non ebbe nessun erede.... e uno dei  suoi  parenti piú stretti era il cugino Vittorio Emmanuele II....... -------- 
    www.it.wikipedia.org/wiki/Francesco_II_delle_Due_Sicilie   ......... apri questo sito, leggilo e dimmi se dice la veritá........
E una cosa pure deve esserti detta : vedendo come si sono comportati quelli che dovevano ubbidire al Ré Francesco II, che nulla o molto poco fecero per frenare l'invasione dei Mille, che ne sarebbe oggi del Meridione d'Italia (e del resto della Penisola fino alle Alpi) se ancora lo stivale fosse 7 Stati con l'africanizzazione tuttora in corso da voi ?
"L'invasione" sarebbe stata anticipata in molti decenni....
 Sí, poiché continuando questa situazione, tutti gli italiani  saranno minoranza fra pochi decenni (come ti capisco che sei, italiano, chissá  piuttosto dove abiti sia l'antica "Gallia Cisalpina"....)......
E gli italiani saranno minoranza perché non si fá piú quantitá di figli come prima si faceva.....
E l'Italia sará abitata da una maggioranza di africani e arabi in genere......
Penso che la nostra preoccupazione dovrebbe essere centrata piú su questa situazione che stá per succedere che nel lasciarci trascinare da idee "secessioniste", quando in tutto il mondo si parla di unione.... 
Per ció che riguarda a noi verbicaresi, bisogna inizialmente avere meno avversione alla latinitá ( "nó ddi piacini tutti i telenovelle", citati in primo tra i programmi antipatizzati, oggi, in questo sito) e che sia possibile tornarci meno americanizzati...
Per ora fermo quá, ti dico e ripeto che tutto ció che ho scritto é nel campo delle idee.
Ho molto rispetto per te, Ninco Nanco, e la nostra amicizia vale piú che qualsiasi differenza che possiamo avere su idee.
Saluti.  Angelo.
« Ultima modifica: Ottobre 03, 2008, 02:32:17 am da angel from » Registrato
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« Risposta #4 inserita:: Ottobre 05, 2008, 10:44:39 am »

carissimo angel forse mi sono espresso in modo sbagliato su cose che sono avvenute tanto tempo fa ma bisognerebbe riscrivere un po di storia unitaria per noi stessi affinche capissimo tutti che non siamo un popolo di cafoni e briganti come la storia italiana ci ha definito e continua a definirci non essendoci volonta di fare chiarezza sugli eventi succeduti in quel periodo del risorgimento,vedo anche che nessun partito politico ma soprattutto nessun politico meridionale prende a cuore questo problema.purtroppo mi rendo conto che andare contro il potere politico nordista significa essere messi da parte,per questo credo che bisogna iniziare noi a cercare qualche bricciola di verita storica e a prescindere dall'appartenenza politica(destra o sinistra)prendere coscienza che la chiarezza e indispenzabile.
io e un po che rompo le palle ai politici locali(di verbicaro)chiedendo loro di fare qualcosa di provocante (come ad esempio cambiare il nome delle vie che riportano i nomi di quei delinquenti che ordirono contro il regno delle due sicilie,garibaldi in primis) sarebbe solo una provocazione ma secondo me potrebbe essere qualcosa di positivo.
qualche tempo fa gli eredi dei savoia anno intrapeso una causa contro lo stato italiano per un risarcimento per il loro esilio,e il ritorno dei beni comfiscati a loro dopo il referendum del 1948,tra questi beni figurano il quirinale,la reggia di caserta,ed altri beni da loro comfiscati con l'unificazione dell'italia. il quirinale era sede dei papi e la regia di caserta era stata costruita dai borboni,regia che loro spogliarono e i tesori portati a torino in quella che stavano costruendo loro ma che non sono mai riusciti a finire,(la regia di mondovi).
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« Risposta #5 inserita:: Ottobre 11, 2008, 10:57:02 pm »

[vedo che siete in tanti curiosi ma nessuno che lascia un commento !!!!!!
vorrei tanto che qualcuno leggendo queste pagine che io ho immesso su questa ciatt facesse dei commenti e volendo chiedere dei chiarimenti e non limitarsi solo a leggere e scappare.
comfido nella vostra curiosita e vi invito a lasciare dei commenti.
Grazieglow=red,2,300][/glow]
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« Risposta #6 inserita:: Ottobre 24, 2008, 02:54:12 am »

Stimato Ninconanco : mi dispiace solo io rispondere sempre alle tue molto ben scritte lettere, con idee vivaci, vere, su tutto quello che scrivi. Scrivo con la speranza che qualcuno che legge abbia il coraggio di risponderti. Ho molte altre cose da dirti e da domandarti (molte cose sull'unitá dell'Italia non riesco a capirle, quissá tu potrai chiarire le mie idee), ma non vorrei essere solo io a espormi, lo sai, questo forum é aperto a tutti. Saluti. Angel from. 23.10.2008 .
« Ultima modifica: Ottobre 24, 2008, 02:56:40 am da angel from » Registrato
ninconanco59
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« Risposta #7 inserita:: Maggio 01, 2010, 12:25:01 pm »

Citazioni illustri. Vennero dal nord e risorgemmo. ATTO I: LIBERTA' - II: UGUAGLIANZA,PROSPERITA' - III: FRATERNITA'.
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 Ieri alle 18.58
ATTO I: LIBERTE'

big“Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirsi dei suoi Stati "
CAVOUR (all’ambasciatore Ruggero Gabaleone)

“Quelli che hanno chiamato i piemontesi e che hanno consegnato loro il Regno delle Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si vedono ovunque"
JOURNAL DE DEBATS, novembre 1860

“I Borboni non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno" NAPOLEONE III (lettera a Vittorio Emanuele II, 1861 )

“Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia Meridionale. In quel luogo di pace, di prosperità, di contento generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell’unità d’Italia, non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un impostura" MCGUIRE deputato scozzese, 1863

“Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze e odiose calunnie. Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato la sua servitù al tempo de’ sui legittimi sovrani." HERCULE DE SAUCLIERES, 1863

“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti " ANTONIO GRAMSCI

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio" GIUSEPPE GARIBALDI


“L’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato ‘liberalismo’, si stanno barbicando dalla radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sulla terra. Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza"
NOCEDAL deputato spagnolo, 1863

“Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti . quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case"
CARLO MARGOLFO, bersagliere entrato a Pontelandoflo, 1861

“Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette."
PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864

“Aborre invero e rifugge l’animo per dolore e trepida nel rammentare più paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi eziando senza processo, o gettati nelle carceri o crudelissimamente uccisi." PAPA PIO IX, 30 settembre 1861

“Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra, deve più a questa che a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbarie atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita"
LORD LENNOX, parlamentare inglese, 1863

“Non parliamo delle dimostrazioni brutali contro i giornali; non parliamo dell’esilio inflitto per via economica; non parliamo delle fucilazioni operate qua e là per isbaglio dalle autorità militari; ma degli arresti arbitrari di tanti miseri accatastati nelle prigioni senza essere mai interrogati."
IL NOMADE, giornale liberale 12 settembre 1861

“In un solo mese nella provincia di Girgenti, le presenze dei detenuti nelle prigioni furono 32000. Non si turbino! Ho qui il certificato, la nota è officialissima, 32.000 presenze in carcere, solo nei trenta giorni del mese. Ed ora, codeste essendo le cifre, io domando all’onorevole ministro dell’Interno: ne avete ancora da arrestare?" FRANCESCO CRISPI

“Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questo civiltà ed in questo progresso l’abbruttimento della società?"
TEODORO SALZILLO, 1868



ATTO II: EGALITE' , PROSPERITE'

“Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industrie, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto. La pubblica istruzione era fino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica. Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica"
CONTE ALESSANDRO BIANCO DI SAINT-JOROZ

“Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’ uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani. A facchin della dogana, a camerieri a birri, vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".
FRANCESCO PROTO CARAFA, Duca di Maddaloni

“L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’ unità ci ha perduti.
E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali" GIUSTINO FORTUNATO

“Si è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale" , LUIGI EINAUDI

“Il Regno delle Due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme." FRANCESCO SAVERIO NITTI

“Nel secolo precedente, il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e della qualità della vita. Luogo di principale attrazione Napoli, verso cui, ad ondate, tanti svizzeri, soprattutto svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali, emigrarono, con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità estere" CLAUDE DUVOISIN, Console svizzero, 2006

“Era l’epoca buona, dell’abbondanza sotto il re Borbone. Come dite?… No?… E vi ingannate l’anima! Ogni pancia era senza il vuoto che c’è adesso! Il peso, corrispondeva al giusto, con la bilancia! Parola mia…credetemi signori, che se non fosse stato per il tradimento io non starei qui a fare il pezzente… " FERDINANDO RUSSO

“Se dall’unità d’Italia, il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone " GAETANO SALVEMINI

“Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari." PIETRO CALA ULLOA

“Caro Presidente, ti salutano qui ottomila moliternesi: tremila sono emigrati in America; gli altri cinquemila si accingono a farlo." Lettera del sindaco di Moliterno (PZ) al primo ministro Giuseppe Zanardelli 1901 -”


ATTO III: FRATERNITE'

“Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli." GIACINTO DE SIVO

“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un paese gli insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti ." BENJAMIN DISRAELI

“Tra le osservazioni fatte sui disordini del Reame di Napoli, si accenna alla differenza che fanno oggi i rivoluzionari fra polacchi e napoletani, chiamando questi briganti, mentre sono vittime delle più feroci persecuzioni, e quelli insorti. Ma è pur vero che gli uni e gli altri difendono il loro paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più duri sacrifici."
GEMEAU generale francese, paragona gli insorti polacchi con i briganti, 1863

“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il mal governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa ad un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti." GIUSEPPE FERRARI

“Pare non bastino sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si diranno, e il suffraggio universale? Io non so niente di suffraggio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai napoletani, una buona volta, se ci vogliono si o no. Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate" MASSIMO D’AZELIO

“La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto si dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola" – INDRO MONTANELLI -


“…Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia – ROCCO CHINNICI -

CITAZIONI ILLUSTRI SMENTISCONO LA RETORICA RISORGIMENTALE

"Per liquidare un popolo si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia.
E qualcun’ altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia."
MILAN KUNDERA

"Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato." GEORGE ORWELL
/big

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Francesco Di Borbone
Francesco Di Borbone
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